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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Martedì Giugno 27, 2017
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Il 2 giugno l'Arena Fiera Rho sarà caldissima fin dal primo pomeriggio: sono state infatti definite le quattro band che andranno a completare la line up della giornata di Sonisphere 2015, esibendosi prima di METALLICA e FAITH NO MORE.

 


I primi due gruppi faranno la felicità degli amanti di sonorità metal "complicate": MESHUGGAH sono da sempre amatissimi in Italia, e dopo aver riempito il concerto headliner lo scorso dicembre, tornano per questa data estiva. GOJIRA, già visti in azione con Metallica al concerto di Udine nel 2012, porteranno le loro sonorità di technical death francese. Assieme a loro, WE ARE HARLOT sono il nuovo gruppo di Danny Worsnop (ex-Asking Alexandria) ed HAWK EYES, tengono alta la bandiera dell'hardcore inglese mischiato con lo sludge metal.

 

Ecco di seguito i dettagli della giornata

METALLICA

Faith No More
Meshuggah

Gojira
We Are Harlot
Hawk Eyes

Apertura porte: ore 12.00
Inizio concerti: ore 14.00

Ricordiamo inoltre che, in concomitanza con Expo 2015, la stazione dell'alta velocità di Rho Fiera sarà servitissima con una moltitudine di collegamenti in più.

Biglietti in vendita su livenation.it e ticketone.it

Pubblicato in Notizie

Scrivere questa recensione per me era doveroso essendo fan di lungo corso dei Four Horsemen, con la premessa altrettanto doverosa che non si tratta del loro nuovo disco nè del nuovo disco di Lou Reed ma un progetto a sè stante.

 

Detto questo partiamo con lo specificare l’unico vero difetto di questo lavoro: troppo lungo. In alcuni episodi soprattutto lo si nota, fosse stato meno degli 87 minuti che è, sarebbe stata ancora più vicino al capolavoro assoluto.

 

Nonostante queste collaborazioni di solito abbiano un solo denominatore comune e cioè il denaro, questa unione fra due nomi ormai mitici della musica rock mondiale non ce l’ha. Non è commerciale, non è facile da ascoltare anzi scontenterà i fan più fedeli dell’uno e dell’altro e non poteva essere altrimenti visto che è ispirato ad un’opera teatrale (anzi due) degli inizi del ‘900 di un visionario pre-impressionista (Fred Wedekind).

 

La storia su cui è basato tutto il disco è quella di una ragazzina stuprata e schiavizzata dal suo primo protettore che, divenuta adulta, si vendica diventando prostituta d’alto bordo, sfruttando a sua volta i potenti, sino a cadere in disgrazia, arrivando a battere il marciapiede per sopravvivere, finendo uccisa a coltellate da Jack lo Squartatore. Capirete che un lavoro del genere non può diventare un disco da classifica, la follia artistica di Lou Reed (non nuovo a lavori spiazzanti) unita a quella dei Metallica (mai uguali a se stessi in 30 anni di carriera) genera un mix esplosivo pieno di episodi trash metal, rock classico, industrial, ambient e doom. Arte signori non noccioline.

 

Se cercate qualcosa di orecchiabile forse solo in 3 episodi potete avere ciò che cercate (non nel testo ovviamente, pregno di sesso violenza e disperazione). Si parte con Brandenburg Gate e si inizia spiazzando un pò l’ascoltatore con un intro acustico che però lascia subito il posto alla voce di Lou che per tutto il disco sarà una voce narrante, una litania fuori dagli schemi piuttosto che un cantato classico. La canzone prosegue con un mid-tempo alla Load con i chorus di Hetfield a fare da contorno (come in tutti gli 87 minuti). Il singolo The View è un mix fra un testo affilato e crudo e dei riff dapprima lenti e opprimenti che sfociano in un veloce Slayer-style, condito dalla voce narrante di Reed, una litania che ben si adatta a tutto il brano.

 

I due brani seguenti Pumping Blood e Mistress Dead, sono due pugni nello stomaco veri e propri. Ci troviamo dei testi deliranti e drammatici cantati in maniera quasi insopportabile, speed metal e noise, doom...i due episodi forse piu difficili da asssimilare ma per questo forse che più rendono l’idea di cosa sia Lulu: un mix di teatro, dramma e musica. Ambizioso. La seguente Iced Honey è forse l’unica vera canzone che ricorda il rock alla Sweet Jane di Reed e secondo me sarà il prossimo singolo. Ad ascoltarla sembra una b-side anni ’70, molto riusciti anche i chorus di Hetfield che ben si integrano col cantato di Lou Reed. Bella. Cheat on me probabilmente è la più sperimentale del disco ed è anche la meno riuscita, un lungo avanzare di ambient, archi, batteria soft: cresce nel finale ma non convince.

 

E’ la volta di Frustration, forse una delle due canzoni gemma dell’intero lavoro. Lunga lunghissima (8 minuti abbondanti): noise e poi i Metallica con dei taglienti riff da metal anni ’70, che si alterneranno in tutta la song. Intricato difficile da seguire, prima noise poi ancora riff, Reed che recita...non è una canzone da mainstream certo ma è esaltante pensare che artisti così famosi e rispettati decidano di non dare retta a nessuno di esprimere senza filtri ciò che sentono. Le seguenti Little Dog e Dragon saranno il preludio intricatissimo (davvero difficile da assimilare dopo vari ascolti) della canzone finale che a mio giudizio sarà il capolavoro dell’intero lavoro e cioè Junior Dad.

Pubblicato in Recensioni dischi

Dopo ben 5 anni di attesa e dopo un battage pubblicitario degno di un blockbuster di Hollywood, ecco finalmente uscita la nuova fatica dei Quattro Cavalieri di San Francisco, probabilmente la heavy metal band più influente, amata ed odiata della storia della musica.

Pubblicato in Recensioni dischi

Big four - Milano Rho Fiera

Big 4

Luogo: Rho, Arena concerti Fiera Milano
Data: 6 luglio 2011
Voto: 8


Partiamo dalla fine. Siamo ormai agli sgoccioli di questa lunghissima giornata quando James Hetfield chiama a raduno i colleghi: “Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dei Metallica ed è fantastico essere sullo stesso palco con i Big 4. Pensavamo che non sarebbe mai accaduto invece questo è il momento giusto! Invito i componenti di Anthrax, Megadeth e Slayer a uscire sul palco per suonare un pezzo insieme e ricordare che la musica heavy è viva!”.

Ecco, il Big 4 è questo. Sul palco si respira un’atmosfera di rimpatriata tra vecchi amici-nemici che, raggiunta ormai la piena maturità, hanno definitivamente deposto l’ascia di guerra. Ci sono i Metallica al completo, Scott Ian degli Anthrax, Dave Mustaine, David Ellefson, Chris Broderick e Shawn Drover dei Megadeth e Dave Lombardo, Kerry King e Gary Holt, chitarrista degli Exudus sostituto del convalescente Jeff Hanneman, degli Slayer: praticamente il gotha di un genere, il thrash metal, nato con loro nei primi anni ’80 e che, probabilmente, con loro morirà. Insieme si lanciano in una cover infuocata di Die, Die My Darling dei Misfits e, alla fine, gli abbracci e i complimenti reciproci si sprecano; se siano sentiti o dettati dall’occasione non lo sappiamo, quel che è certo è che una scena del genere, visti i trascorsi burrascosi, non ce la saremmo mai aspettata.

Chiusa questa parentesi da “libro cuore”, i Metallica tornano a riprendersi la scena e chiudono l’esibizione con una doppietta devastante - Damage, Inc. e Creeping Death - che non lascia nemmeno il tempo agli oltre 35mila fan accorsi di chiedersi se le altre band non meritassero un trattamento migliore. Sia chiaro, il ruolo di headliner dei Four Horsemen è fuori discussione e anche in questa serata i quattro californiani non tardano a confermarsi come una delle migliori band in circolazione quanto a impatto dal vivo. Detto questo, però, anche gli altri Big avrebbero meritato una “potenza di fuoco” adeguata per potersela giocare, almeno dal punto di vista dei decibel, ad armi pari.

Purtroppo non è stato così, con buona pace del buon Dave Mustaine. I suoi Megadeth infatti, abituati a improntare le proprie esibizioni dal vivo sull’elevato tasso tecnico piuttosto che sulla potenza o sulla carica emotiva, sembrano proprio i più sfavoriti dalle carenze dell’impianto audio ma bisogna anche ammettere, però, che la loro performance, la meno brillante della giornata, risente pesantemente della scarsa vena (e voce) del biondo cantante. Nonostante dei cavalli di battaglia del calibro di Hangar 18, Wake Up Dead, Symphony of Destruction e le conclusive Peace Sells e Holy Wars…, alternati a qualche pezzo più recente e a un inedito, e i virtuosismi snocciolati da David Ellefson al basso e dall’ottimo Chris Broderick alla chitarra, l’ora e un quarto circa di esibizione dei Megadeth scivola via senza troppi scossoni.

Meglio di loro avevano fatto poco prima i redivivi Anthrax che avevano il difficile compito di aprire le danze alle 16 e 30 in punto e catalizzare l’attenzione di un pubblico già provato, prima ancora di cominciare, dall’impietosa canicola milanese. La prima sorpresa è Joey Belladonna, il cantante di chiare origini italiane che si aggiudica il mio personalissimo premio per la simpatia e l’impegno. Più tirato in viso di Steven Tyler, Joey corre avanti e indietro lungo il palco come ai tempi d’oro e, dopo qualche pezzo di “riscaldamento” come Madhouse e Got The Time, riesce quasi a sfiorare le tonalità che lo avevano reso celebre negli anni ‘80 in brani come Indians, Metal Thrashing Mad e I Am The Law. Il secondo evento inatteso è la comparsa sul palco, a metà concerto, del carismatico chitarrista Scott Ian che avrebbe dovuto farsi sostituire per tutte le date dei Big 4 da Andreas Kisser dei Sepultura per poter stare al fianco della moglie in dolce attesa e che invece, per nostra fortuna, non ha saputo resistere al richiamo dell’Italia. L’innesto di una terza chitarra dà una marcia in più alla parte finale dell’esibizione degli Anthrax che si chiude, ahimè, puntuale dopo un’ora, con la già citata I Am The Law.

Dopo i Megedeth, proprio mentre il sole inizia a calare alle spalle del palco, è il turno degli Slayer. Senza fronzoli, senza compromessi, come ci ha abituati da anni, il quartetto losangelino inizia a sparare riff e raffiche di doppia cassa che portano lo scompiglio nel pit e non solo. Anche in questo caso è necessario qualche pezzo prima che i tecnici riescano a diffondere un audio decente: appare quindi azzeccata la scelta di Tom Araya e soci di aprire l’esibizione con i brani più recenti per poi concludere il loro show con il trittico che tutti attendevano con impazienza: South of Heaven, Raining Blood e Angel of Death. Per un’ora e un quarto circa gli Slayer mettono a ferro e fuoco l’”arena” di Rho con un’esibizione tiratissima, potente e precisa, con un Araya in buona forma, un Kerry King sempre più incazzato e, soprattutto, un Dave Lombardo a dir poco devastante dietro la batteria.

Dopo le 21 e 30, a concludere questa lunga e caldissima giornata arrivano, con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia finora di precisione svizzera, i Metallica. La setlist proposta è di quelle delle grandi occasioni e spazia dai ritmi furiosi di Hit the Lights e Blackened alle atmosfere cupe di For Whom the Bell Tolls e Fade to Black, dalle pirotecniche One e Enter Sandman alle immortali Seek & Destroy e Master of Puppets passando da All Nightmare Long, l’unico pezzo pescato dagli ultimi vent’anni di registrazioni in studio. In due ore abbondanti di show i quattro di San Francisco mettono in mostra tutto il meglio del proprio repertorio fatto di velocità, tecnica, altissima intensità e di un’energia e una passione tali da farci chiudere un occhio davanti a qualche sbavatura di Hammet, che ogni tanto si lascia prendere troppo - è proprio il caso di dirlo - la mano, o a qualche passaggio a vuoto di Ulrich (vedi The Call of Ktulu).

Risulta invece più difficile soprassedere su due particolari che avrebbero dovuto rendere perfetto questo evento, già di per sé eccezionale, e che invece hanno lasciato un filo di delusione nei ricordi dei 35mila presenti. Mi riferisco, oltre al già criticato livello insufficiente dei decibel durante le esibizioni pomeridiane, all’inadeguatezza della location: una distesa di asfalto con scarse possibilità di scampo dai raggi solari e dotata di un unico vialetto per il deflusso di diverse migliaia di persone ostruito, tra l’altro, dai carretti dei venditori abusivi liberi di agire indisturbati sotto il vigile sguardo delle forze dell’ordine.

Pubblicato in Rock

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