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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Ottobre 22, 2017
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Il centesimo (e definitivo) album di Frank Zappa uscirà postumo a giugno di quest'anno.

 

Registrato poco prima della morte del musicista, nel 1993, Dance Me This'ha una data di uscita confermata per il primo di giugno ed è stato pensato per essere il suo 100 ° album.

 

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Dr Furnier & Mr Cooper

 

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Storie di musica di Cesare G. Romana - Alice CooperIl reverendo Furnier s’adagiò sulla sua poltroncina di prima fila, si celebrava il memorial dedicato a Lenny Bruce e la platea era colma. Aspettava che suo figlio Vincent apparisse sul palco per cantare, e pensò: «Chissà se riesce a farsi ascoltare, timido e smilzo com’è». Fu in quella che una luce sciabolò la ribalta, e al centro apparve un figuro col viso incrostato di biacca, parrucca corvina, occhi affondati in due chiazze di bitume e un pitone avviluppato attorno al torace. «Ma non doveva cantare Vincent?», chiese il reverendo al conoscente che gli sedeva accanto. «È lui, solo che adesso si chiama Alice Cooper», fu la risposta. Il buon pastore levò al cielo gli occhi supplici, poi svenne.

Il concerto non fu un successo, con tutti quei polli di gomma decapitati a rasoiate, secchiate di sangue finto, chitarre da mattatoio. Dopo una decina di canzoni, in sala, rimase solo un tipo irsuto, lo sguardo spiritato, che più il grand guignol, sul palco, incarogniva più lui si sfrenava di applausi. Era Frank Zappa.

Tra il pontefice freak e il promettente catecumeno l’intesa fu immediata, e inevitabile. Si tradusse in due dischi di vigoroso insuccesso, e si capisce perché. Zappa era un coltissimo uomo di musica, con ascendenze europee e col vizio della grandezza: impastato di genio vero, era arrivato al rock passando per Stravinskij e Varèse, e alla strategia dello sberleffo transitando per Artaud, Grosz, il vaudeville, Tristan Tzara. Vincent Furnier era nient’altro che un ex bravo ragazzo americano, con una sola idea chiara: «Il rock ha bisogno di robaccia. Quando si fa troppo raffinato, c’è necessità di gente come me: che faccia musica di merda e spettacoli di pessimo gusto». Con questi concetti era scampato a un’infanzia per bene nella laboriosa Detroit, riscattandosi ben presto dall’essere figlio d’un pastore battista, e in più scolaro passabile e cantante d’innocui gruppi beat. Un giorno, in un’osteria di Phoenix, una zingara gli aveva svelato che in lui riviveva, reincarnata, tale Alice Cooper, strega secentesca puntualmente finita sul rogo. «Se sono la sua reincarnazione tanto vale che ne assuma il nome», aveva detto Vincent, per nulla preoccupato che si trattasse d’un nome da donna. «E se assumo il nome d’una strega, la mia musica deve andare di conseguenza», aveva concluso, dal pragmatista che era, innamorato per giunta di Frankenstein, Dario Argento, Carpenter.

Fatale, dunque, che il sodalizio con Zappa tramontasse nel nulla, come dal nulla era nato. A Vincent-Alice non resta che mettersi in viaggio, come un missionario di Belzebù, sostando su palcoscenici di suburra con la sua faccia livida da annegato, la magrezza invernale e il fedele pitone a fargli da sciarpa. «I miei genitori - spiega - detestavano i Beatles finché non hanno sentito i Rolling Stones. Per ripicca ho deciso di fondare un gruppo, nei confronti del quale gli Stones sembrino una band di suddiaconi». Nel suo bagaglio teoretico c’è che l’androginia, nel rock, raddoppia la teatralità e che la teatralità, fin dai tempi di Sofocle, non può prescindere dall’attrazione dell’uomo per la distruzione di sé, e dunque dalla sua vocazione alla morte. Quanto alla sua ideologia, si riassume in una sfida: «Studenti borghesi e intellettuali d’avanguardia si baloccano con trasgressioni tutte di testa. Vogliono il freak? Glielo do io, ma quello vero».

Finisce come doveva finire: Alice Cooper incontra un nuovo produttore, Bob Ezrin, con tanto uso di mondo da capire, grazie all’intelligenza brada dell’istinto, che quel ragazzotto uscito dalla sala-trucco di Satana non è un flatus vocis, è un caposcuola. Il risultato sono un singolo e un album di successo, (1971) e (1972).

Ai cronisti allocchiti, Ezrin presenta il suo pupillo, salutando in lui «lo psyco-killer che è in tutti noi, l’abusatore, l’abusato, la vittima, l’assassino con l’ascia, il ragazzo morto in mezzo alla strada». E Alice rimerita l’orda nascente dei suoi fan con madrigali da obitorio: «Amo i morti prima che siano freddi/ sono carne livida da abbracciare/. Mentre amici e amanti piangono sulla tua tomba/ conosco altri modi di usarti, darling».

Come è prassi, l’America puritana insorge contro il bistrato profeta, che cuce in farse allucinate la follia e la necrofilia, lo scherno e il sentimento del nulla, la duplicità sessuale e la schizofrenia dell’etica a stelle e strisce, egualmente sedotta dai grandi principi e dalle bassezze del business. E come è prassi, l’anatema dei benpensanti accresce la popolarità di Cooper, ne è l’irresistibile lubrificante. Decine di gruppi e di rockstar, dai Kiss ai Deicide, da Ozzy Osbourne a Marilyn Manson avranno in Alice il loro maestro, molti angeli dannati del punk e dell’heavy metal troveranno in lui il loro Mosè, pochissimi intuendo la percentuale di gioco o di sghignazzo che sta dietro i suoi scenari: popolati di boa conscrictor, vampiri, giganti sventrati e orridi nani, di impiccagioni così finte che sembrano vere, di teste mozze usate per macabri football, di sudari sventolati come orifiammi al suono di God bless America.

Tale è il successo che anche uomini di genio vi s’inchinano. Come Salvador Dalì che a Cooper fa dono, dopo averlo scolpito apposta per lui, d’un microfono d’oro in forma di Venere. È l’avallo più autorevole, quello del maestro di Figueras: quasi una laurea ad honorem in surrealismo, per il figlio del pastore divenuto plenipotenziario delle loro sataniche maestà. E che conta tra i suoi estimatori, si mormora, un fan al di sopra d’ogni sospetto, Richard Nixon. È l’epoca di Killer, un titolo un programma: la più torbidamente geniale, o forse soltanto la più emblematica tra le tappe della carriera d’Alice. Che racconterà: «Los Angeles, a quell’epoca, era la capitale del peace & love, io e la mia band vi facemmo irruzione e la mettemmo a soqquadro col nostro feroce quintetto di zombie». E come uno zombie disfatto si presenta sul palco, il mascara che gli cola dagli occhi e nello sciabolare dei riflettori sembra che a colare siano gli occhi stessi, le labbra e il mento impiastrati di rossetto che potrebbe essere sangue. E così agghindato sventra bambolotti a colpi d’ascia, fa volare per il palco pollastri decapitati, fustiga ballerine e alla fine s’impicca. Per poi riapparire illeso e ghignante, in tuba e marsina bianche.

C’è chi lo va a vedere come si guarda un film comico, chi intuisce in lui una sorta di sciamano, chi soltanto un intrattenitore di talento. E per Alice è sempre più difficile mediare tra tutto ciò. «Amo l’orrore fondato sulla farsa», puntualizza: dunque il suo grand guignol mira soprattutto a far ridere. Ma c’è chi lo prende sul serio, e quando un ragazzo, uscito dal teatro, corre a casa e s’impicca, Cooper è costretto ad un’imbarazzata autocritica, quasi un’abiura: «È vero, amo l’energia del rock, l’adrenalina che scatena. Ma amo assai meno certi messaggi distruttivi, che si usa attribuirgli: troppi giovani li prendono per buoni e si uccidono».

Per l’eresiarca di Detroit, il suicidio di quel fan troppo labile segna una svolta. Senza rinunciare del tutto a se stesso, mister Hyde indossa la coscienza, se non la marsina, del dottor Jeckyll, e in Welcome to my nightmare lascia emergere, inatteso, un retrogusto moralistico: Steve, il protagonista, libera la propria mente dai mostri che ne insidiano l’affettività, sia pure nel consueto contesto di sangue e pupazzi smembrati. È, tra gli spettacoli di Cooper, il più raggelante ma, a suo modo, il più etico. E alla fine del tour Alice si ricovera, per depurare il proprio sangue dalle scorie di anni d’alcolismo, «che fu il mio antibiotico contro i germi della normalità».

Quando esce, lo «zombie feroce» di Love it to death, di Billion dollar babies, di Alice Cooper goes to Hell è più che altro un monumento a se stesso. La sua lezione è stata fatta propria da troppi emuli, che ne hanno assorbito gli aspetti più kitsch senza coglierne il sarcasmo e il gusto per l’eresia, e del resto la coazione a ripetere è in agguato anche per lui. Vincent Furnier è ormai un marito fedele e un morigerato padre di famiglia: ama andare a pesca con i suoi tre figli, si definisce «il loro saggio fratello maggiore», e solo di tanto in tanto toglie dalla naftalina il costume da squartatore, per celebrare in scena o in sala d’incisione, come un rigurgito della memoria, il buon tempo che fu. Nei non frequenti incontri con la stampa appare truccato da mostro, ma i modi sono quelli d’un allegro gentiluomo, convinto che «nella mia teatralità quello che prevale è l’humour, la vera violenza non è nei miei spettacoli, ma sui vostri giornali». E parla di Alice Cooper in terza persona, «perché io sono il signor Vincent Damon Furnier, sposato da venticinque anni, appassionato di golf e innamorato della mia famiglia, mentre lui è della razza di Batman, Zorro e Dracula: tutt’altra storia, o favola».

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