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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Dicembre 14, 2017
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David Gilmour ha annunciato che il suo nuovo attesissimo tour Europeo per il prossimo settembre. Il tour sarà occasione di lancio del suo, ancora senza titolo, quarto album solista.

Il tour incomincerà il 12 settembre a Pula, per proseguire poi in alcune delle più belle città e teatri del mondo. Dopo la Croazia sarà la volta dell'Italia con due date: la prima nella spettacolare cornice dell'Arena di Verona il 14 settembre e la seconda al Teatro Le Mulina a Firenze la sera successiva. Gilmour suonerà poi anche in Francia, a Orange, il 17 settembre (Anfiteatro romano d'Orange) e in Germania il 19 settembre nella Konig-Pilsener-Arena di Oberhausen, per poi chiudere in bellezza a casa, con ben tre date a Londra nel tempio della musica mondiale, la Royal Albert Hall (23, 24 e 25 Settembre)

I biglietti saranno in vendita a partire dalle ore 10:00am GMT di Venerdì 6 Marzo 2015.

Per tutte le informazioni consigliamo di consultare il sito dell'artista: www.davidgilmour.com.

Pubblicato in Notizie

L'album di debutto dei Pink Floyd è il concentrato unico ed irripetibile del genio di Syd Barrett e del suo messaggio artistico: riff secchi e veloci al servizio di psichedelia e progressive, testi che spaziano dal fantastico al grottesco, evocazioni fiabesche e il gran lavoro di Rick Wright a tastiere, organo e pianoforte a metterne in pratica l'originalissimo contenuto melodico. Nella storia del rock, in non molti altri casi come questo il buongiorno s'è visto dal mattino. "Astronomy domine", cronaca d'un viaggio spaziale scandito dal basso pulsante di Waters e dai richiami della chitarra barrettiana che lastrica il pezzo di scale ad effetto, è una delle massime vette della produzione floydiana. In perfetto stile del suo autore, la sequenza d'accordi in maggiore. Segue "Lucifer Sam", ovvero il garage secondo Barrett, che sarà pure dedicata al gatto o all'amante dell'epoca, di fatto svela un'inattesa connessione tra il Cappellaio Matto e Pete Townshend piuttosto che Ray Davies. Il problema è che il pezzo è incastonato tra due capolavori, visto che assolutamente tale va definito "Matilda Mother". Una favola per bimbi cui Wright fornisce voce ed organo liturgico, mentre il middle eight e il finale registra l'irruzione di Barrett, beatamente a suo agio in uno dei temi che ama di più, i ricordi dell'infanzia e dell'innocenza perduta.

 

L'unico singolo tratto da questo lavoro è la sognante "Flaming", una divertente filastrocca guidata dall'organo, con Mason che accompagna a ritmo di rumba. Sfocia nel primo pezzo interamente strumentale, "Toc h Pow r", dove l'atmosfera si fa fumosa, da saloon: una lunga introduzione di piano blues rimarcata dalle percussioni, cui seguono sprazzi di chitarre eteree ad accordi aperti, voci in libertà (di Waters e Barrett), effetti stereo, rumori, il tutto cesellato in parti ordinate e conseguenti, quando psichedelia non fa rima con anarchia. Puro genio è il finale del lato A, la magistrale "Bike", il più armonico e cantabile tra gli otto pezzi scritti dal chitarrista, che al termine conduce gli ignari ascoltatori nella "Room of musical tunes", una combustione di pendoli, campane, gong e quant'altro della durata d'oltre un minuto, che svanisce sulle risate degli esecutori.

 

La summa di questa prima proposta musicale dei Floyd si manifesta in "Interstellar overdrive", secondo pezzo strumentale e, come il primo, accreditato ai quattro componenti il gruppo. Si parte anche in questo caso da un riff chitarristico, elementare e quasi hard rock, che poi cede il passo alle improvvisazioni-space che occuperanno la maggior parte della canzone. Le pennate di Barrett sono rigorosamente in maggiore; Syd riprende poi brevemente il tema nel finale, prima che il brano sfoci nella favoletta per bambini ("The gnome"), che non manca d'una certa, inquietante suspance nell' intermezzo. La scala discendente, segno distintivo delle composizioni barrettiane, conduce stavolta l'ascoltatore nel regno d'uno gnomo discoletto, che guardava il cielo e il fiume, aspettando la propria occasione.

 

"Chapter 24" è l'ultimo vero masterpiece del disco. Il testo, per ammissione dello stesso autore, si basa sul contenuto di detto capitolo dell'I-Ching. Cambi di stagione, luci, movimenti che ricominciano, fortuna, successo, azione...è come se Barrett, accompagnato da vivacissime percussioni e dal farfisa di Rick, volesse annunciare il fiorire dell'iperbole floydiana, di cui lui, per colmo d'ironia, non avrebbe più fatto parte. Il clima si fa leggermente più pesante nella successiva "Scarecrow"; nella sagoma del povero spaventapasseri "più triste di me" e "rassegnato al suo destino", qualcuno ha visto il riflettersi dell'enigmatica figura dello stesso Syd. La melodia è assai raffinata, qui la chitarra duetta con il cello in un'elegante sezione folk a metà brano. "The piper at the gates of dawn" chiude con il debutto compositivo di colui che per anni sarà poi il principale autore della band: "Take up thy stetoschope and walk" è un violento esercizio psycho-punk di Roger Waters, con chitarre e tastiere graffianti come mai nel resto dell'album, riferimenti ai Vangeli (un tema che riprenderà in "Animals"), e uno strumentale di pura cacofonia verso il finale. La brevissima stagione di Syd Barrett come leader artistico e carismatico dei Pink Floyd è catturata magistralmente in questa quarantina di minuti. L'estraniamento, la follia, il ritiro dalle scene dopo due opere soliste a nemmeno venticinque anni, consegneranno ben presto al mito uno dei pochi, veri talenti della flower power generation. Questo non vuol dire sminuire il lavoro successivo della band; semplicemente, diventeranno fin da quasi subito un'altra cosa, gli anni settanta lo renderanno palese.

Pubblicato in Recensioni dischi

Avete letto bene. Nonostante quanto riportato sulla copertina del disco, non me la sento di avallare fino in fondo questa come la dodicesima opera dei Pink Floyd. A seguito dell’ erezione del muro, e forse già da qualche tempo prima, nulla era rimasto della band. Nessuna traccia degli incubi psichedelici di barrettiana memoria, peraltro già svaniti da tempo con il suo profeta. Ma nemmeno le indimenticabili suite progressive che avevano caratterizzato la produzione del decennio successivo, da Atom a Animals. E neppure, infine, gli elementi della band. Wright defenestrato, Gilmour, impigrito ed adombrato, ridotto a session man del suo stesso gruppo. Mason che cerca di seguire le correnti contrastanti con palese mancanza d’entusiasmo. Responsabile unico del progetto Final Cut è Waters, e il progetto è da lui stesso definito nelle note di copertina: “Requiem per il sogno del dopoguerra”.

E’ un viaggio crudele, agghiacciante attraverso la coscienza e lo spirito della società umana fuoriuscita dal secondo conflitto mondiale, al termine del quale l’uomo si scopre devastato, inesorabilmente privo di speranze circa un futuro vivibile. Non solo per i danni causati dalla guerra, ma anche per le fosche prospettive che trapelano da un avvenire che si ciberà del nucleare (Two Suns In The Sunset), e che vedrà la predominanza di guide politiche cieche e potenze commerciali-economiche senza scrupoli (Not Now John - The Post War Dream). Un viaggio che analizza spietatamente l’incubo del reduce, attraverso le atmosfere grevi di Your Possible Pasts o The Hero’s Return, storie di sopravvissuti che si raffronteranno in eterno con reminiscenze tanto drammatiche quanto indelebili. Oppure disillusi da ingannevoli promesse di grandezza, che ora annegano nell‘alcool (Paranoid Eyes).

L’ immagine migliore dello stato d’animo di chi torna dalla guerra è resa superbamente dalla frase di apertura di Southampton Dock: "Sbarcarono in 45, nessuno rideva, nessuno parlava. C’erano troppi buchi tra le linee." Non manca la cronaca della fine di un soldato ("The Gunner’s Dream"), che nell’approssimarsi del momento supremo lascia la poetica e fievole eredità di un sogno di pace. Il Waters più prettamente politico emerge in "Get your filthy hands off my desert", sul combattimento delle Falkland, e nel miraggio pazzoide di The Fletcher Memorial Home, nel quale anela alla fondazione di una speciale casa di riposo per politici dei quali evidentemente non doveva aver eccessiva stima; oltre all’immancabile Thatcher figurano Reagan, Begin, Nixon, Brezhnev. L’uomo medio del postwar, secondo l’allegro Ruggero, non può che meditare il suicidio, che però non ha il coraggio di attuare (The Final Cut).

E la musica? Strepitosa. Dolorosamente struggente, schizofrenica, fortunatamente più minimalista che sontuosa, il che aggira la trappola della retorica. Pianoforti dimessi e malinconici, fiati tormentati ed ardenti. L’efficace parentesi del rock duro di Not Now John, non a caso l’unico contributo vocale di David Gilmour, che comunque pennella interventi notevoli in Fletcher e Your Possible Pasts. L’apocalittico timbro del sax che chiude Two Suns In The Sunset, il pezzo migliore e dunque il più adatto a porre fine al disco, mentre i due soli al tramonto (quello naturale e quello radioattivo) calano il sipario su un’opera emotivamente irraggiungibile, una sentita, sofferta, irripetibile trasposizione in musica di uno dei momenti più oscuri e crudeli della storia dell’ umanità.

Pubblicato in Recensioni dischi

La falsa (ri)partenza

Si pensa erroneamente che l’ultimo disco dei Pink Floyd sia datato 1994, mentre la storia del gruppo ha in realtà termine con The Wall, risalente a quindici anni prima. L’estromissione di Wright, la riduzione di Gilmour e Mason allo status di poco più che session man, celebrava il dominio di Waters ma decretava intanto la fine della band.

Pubblicato in Recensioni dischi

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